La fatica del padri: perchè è così difficile parlarne?

Cosa succede a un uomo quando diventa padre?

E perché facciamo ancora così fatica a riconoscere che anche per lui la nascita di un figlio può essere un passaggio complesso, faticoso e profondamente trasformativo?

Quando nasce un bambino, siamo abituati a guardare soprattutto la madre. È comprensibile: la gravidanza, il parto, l’allattamento e i cambiamenti fisici rendono molto visibile la trasformazione che sta attraversando.

Ma accanto a quella donna che diventa madre c’è un uomo che diventa padre.

E anche per lui, da quel momento, qualcosa cambia.

Cambia il modo di guardare al futuro, cambiano le responsabilità, cambiano gli equilibri della coppia e spesso cambiano anche le aspettative che sente di avere addosso.

Dovrebbe essere presente, ma anche lavorare. Dovrebbe occuparsi della famiglia, ma anche garantire sicurezza economica. Dovrebbe essere forte, disponibile, paziente, competente.

Diventare padre non significa semplicemente imparare a cambiare un pannolino o a preparare un biberon. Significa, prima ancora, costruire progressivamente una nuova parte della propria identità.

La paura di sbagliare può essere molto presente. E più il padre sente di non essere competente, più può rischiare di fare un passo indietro.

È un paradosso interessante: per sentirsi competenti bisogna avere la possibilità di fare esperienza, ma per fare esperienza bisogna anche avere lo spazio per provare, sbagliare e imparare.

La paternità, quindi, non nasce necessariamente dalla sicurezza. In parte, la sicurezza arriva dopo, attraverso la relazione quotidiana con il proprio figlio.

C’è poi una parola che utilizziamo molto quando parliamo dei padri: aiutare.

“Mi aiuta con il bambino.”

“Mi aiuta in casa.”

“Stasera ti aiuto io.”

Sembra una parola innocua, ma racconta una certa idea della genitorialità: come se la responsabilità principale appartenesse a qualcuno e l’altro potesse dare una mano.

Ma un padre non è un aiutante della madre. È un genitore.

La differenza non è soltanto linguistica. Significa riconoscere al padre uno spazio proprio nella relazione con il bambino, fatto di cura, competenza, decisioni, errori, tentativi, consolazione, gioco e presenza.

Un padre può prendersi cura del proprio figlio senza necessariamente “aiutare” qualcuno.

E questo passaggio è importante anche perché permette al bambino di incontrare il padre non soltanto come colui che interviene quando la madre ha bisogno di una pausa, ma come una figura di riferimento con cui costruire una relazione propria.

C’è poi un’altra esperienza di cui si parla poco: quella del padre che si sente escluso.

Non necessariamente perché la madre lo escluda volontariamente.

Nei primi mesi può semplicemente accadere che la relazione madre-bambino sia molto intensa e che il padre faccia fatica a trovare il proprio spazio.

La madre trascorre moltissimo tempo con il bambino. Conosce i suoi ritmi, i suoi segnali, i suoi bisogni. Se allatta, possiede anche una possibilità di cura che il padre non può condividere nello stesso modo.

E così può nascere una sensazione difficile da nominare: “Sembra che abbia bisogno di tutti tranne che di me.”

E così può instaurarsi un circolo particolare: mi sento escluso, quindi mi ritiro; più mi ritiro, meno costruisco competenza e familiarità; meno mi sento competente, più mi sembra che l’altro sia indispensabile.

Per interrompere questo circolo non serve stabilire chi abbia torto o ragione. Serve creare spazio.

Spazio perché entrambi possano essere genitori.

Ricordiamoci anche che, parlare della fatica dei padri non significa togliere attenzione alla fatica delle madri.

Significa semplicemente allargare lo sguardo, legittimare e validare le emozioni di ENTRAMBI.

Dott. Linetti Nicola

Psicologo e mediatore familiare

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Torna in alto